martedì 20 dicembre 2011

"This must be the place", Paolo Sorrentino

C'è un'immagine soprattutto che resta in mente di questo film, ed è l'onda vitrea dello stadio di Dublino che si staglia sui tetti. Ha le sembianze della curiosità, una curiosità fuori luogo che segue la vicenda senza preoccuparsi d'esser vista; la sua trasparenza la protegge. E ciononostante incombe, falsamente fragile. 
Proprio come il protagonista del film: l'eccentrico Cheyenne, ex rockstar di dubbio talento e molta fama che si muove come un bradipo metropolitano ormai ritiratosi a vita privata. E che vita. Una casa coloniale circondata da un terreno immenso, e arredata col pessimo gusto di chi aveva di meglio da fare che impedire all'interior designer di soddisfare i suoi capricci.



Cheyenne, lo si scopre increduli, ha persino una moglie. Ovviamente è l'opposto di lui, al punto che nelle sue prime scene appare (volutamente?) come una badante, o un'amica chioccia e disinteressata che ogni tanto passa a rimboccare coperte e preparare pasti decenti. La realtà è che sono una coppia insospettabilmente salda, e da più di trent'anni per giunta.

Nella vita di Cheyenne c'è comunque un'altra donna - anzi, altre due; l'ombrosa e triste Mary (Eve Hewson) e sua madre (Olwen Fouere), figura potentissima precipitata sul set irlandese direttamente da una tragedia di Euripide. 
In effetti quella dell'ex rockstar è una vita abbastanza muliebre. L'unico amico maschio è un tipo fastidioso e logorroico, che si crede un gran tombeur des femmes e che non perde occasione di snocciolare le sue conquiste al nostro, sempre più annoiato (uno pensa che la bocca di Sean Penn non possa storcersi più che nell'ultimo film, e invece a ogni nuovo personaggio raggiunge una piega ancora più amara).

Però, c'è un però. Questo film è così incredibilmente ben fatto (anche) perché nessun personaggio è (solo) quello che sembra, a partire dal protagonista.
Cheyenne è quasi autistico, si vede. Non esce mai senza portarsi appresso un trolley/coperta di Linus, parla sempre con una pacatezza da psicofarmaci e la è un'espressività schizofrenica; eppure sa anche essere un amico empatico, un amante appassionato e un automobilista dispettoso. La moglie (Frances McDormand), allegra ed estroversa vigile del fuoco, quando lui è assente inizia a scricchiolare, rivelando tutta la sua nostalgia in un'unica e importantissima battuta. Lo stesso borioso amico di cui sopra a un certo punto rivela una sensibilità insospettata esprimendo una grande verità: le donne vogliono soprattutto tempo. E' ciò che più di ogni altra cosa le fa sentire valorizzate e desiderate, e ciò che in definitiva permette a lui di portarsi a letto chi voglia, pur non essendo, come gli dice Cheyenne, né bello né intelligente né profumato.

Nulla e nessuno è solo quel che appare, dunque. Così come il vecchio nazista alla fine (Heinz Lieven), che rivela il suo inferno personale quando Cheyenne e l'amico del padre stanno per andare via. La scena è forse la più indimenticabile del film: l'uomo che fino a un momento prima era piantato nella poltrona come su un trono, distaccato e fermo nel raccontare il proprio tragico passato, esce nella neve, nudo e inerme, e da artefice diviene vittima dell'Olocausto. Non c'è solo la desolazione di Auschwitz in questa inquadratura; c'è l'essenza medievale dell'inferno, quel Cocito dantesco che per gelo avea di vetro e non d'acqua sembiante. Lange sarebbe stato destinato alla Caina: traditore del proprio sangue in quanto carnefice dei propri simili, boia della sua stessa specie.

Eppure Cheyenne non si vendica, o almeno non lo fa con la pistola che ha comprato per l'occasione. L'unico scatto che si sente è quello memorabile della digitale che ruba un primissimo piano dell'aguzzino, mentre con leggerezza Cheyenne gli dice che è un peccato che suo padre sia morto prima di lui. La pena non sta in una pallottola, ma nel ricordo.

E poi, c'è Rachel. La ragazza che incontrata durante il viaggio in terra americana, che in buona sostanza lui circuisce in quanto nipote dell'uomo che sta cercando. 
Nonostante il suo passato, lei ha un amore profondo per quel nonno tanto presente, che le ripete che per lei ci sarà sempre. Piange, mentre parla di lui. E poi forse s'innamora un po' di quello strano personaggio che è entrato a bruciapelo nella sua vita, che eccezion fatta per il figlio sembra triste e solitaria.

Difficile non pensare che Cheyenne potesse ignorare il dolore che le avrebbe inferto la morte del nonno.

Questo però non è un film moralizzante, attenzione. L'unico genere al quale si potrebbe ascrivere è di tipo letterario, ed è quello del romanzo di formazione. 
La madre di Mary aveva detto a Cheyenne che lui non ha mai sentito il bisogno di fumare perché è rimasto un bambino, e i bambini sono i soli che non abbiano quel desiderio. Così, quando alla fine lui accetta una sigaretta sigilla in qualche modo il suo passaggio all'età adulta - molto più così che nell'aver stanato un criminale nazista.
In fondo non si è riconciliato col padre; ha solo imparato ad accettare la sua memoria. Cercare quell'uomo era soprattutto un modo per lavarsi la coscienza: far fuori un criminale di guerra avrebbe moralmente pareggiato le due giovani vite dei fan che lui, senza volerlo, si era preso.



Col padre dunque non v'è (ri)conciliazione possibile; come accade spesso anche nella vita reale tra genitore e figlio maschio. 
Ma le donne, i grandi e bellissimi personaggi di questa fiaba postmoderna, riempiono schermo e anima con momenti cinematografici indimenticabili.
Lo fa Rachel (Kerry Condon), con la sua fredda fierezza; lo fa la piccola Mary, arrogante per necessità, dark perché la sua vita non le lascia scelta; e lo fa soprattutto sua madre, che è forse IL personaggio di questo film, ancor più densa e tormentata del protagonista.

Di lei si sa soltanto che aspetta, come Anticlea, il ritorno del figlio. Diversamente da lei però la madre di Mary resiste, pur solcata dal dolore e, forse, da un principio di follia. E quando all'angolo della strada che sempre fissa compare finalmente il profilo tanto atteso, la sua traboccante soddisfazione si riversa sulla platea con un'empatia furiosa.

Il primo piano lunghissimo del suo sorriso - che poi è anche una delle ultime inquadrature del film - è intenso, orgoglioso, il volto di una Medea che non s'è macchiata d'irreparabile, ma che al contrario ha scelto l'amore.



Infine, il viso del figlio è un colpo di scena: è identico a Cheyenne. E' suo fratello gemello, dunque, e Mary la sorellina? Oppure è lo stesso Cheyenne, ripulito da ogni orpello estetico che era forse solo un guscio da opporre alla freddezza paterna, ma che ha anche impedito alla madre di riconoscerlo per tutti quegli anni?
Chissà. Quel che è certo è che il film si chiude con una riconciliazione, quella che col padre si era resa impossibile. Una volta di più, quindi, l'elemento femmineo è catalizzatore di pace ed equilibrio, d'interminabile presenza. E una volta di più, soprattutto, il regista parrebbe dire: nulla è mai soltanto quel che sembra. Fino alla fine.

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