venerdì 23 dicembre 2011

"Midnight in Paris", Woody Allen

Chi avrebbe mai pensato a Owen Wilson come protagonista in un film di Woody Allen?
Probabilmente nemmeno lui stesso. Eppure in Midnight in Paris la sua aria svagata e ironica funziona benissimo, soprattutto se abbinata al broncio furioso di Rachel McAdams, bellezza in miniatura dall'aria ottocentesca (casualità o paradosso poetico?).

Gil, detective di professione e scrittore nei sogni, è soave e tranquillo per carattere, ma in fondo si accontenta di una vita che gli va stretta. Parigi lo affascina da tempo e gli piacerebbe rimanervi, ma Inez, la succitata futura sposa, non può vivere senza la frenesia americana.
Una sera, dopo l'ennesimo noioso party, Gil decide di lasciare fidanzata e amici alla loro notte brava sulla pista da ballo, e se ne torna in albergo solo e alticcio. Ovviamente si perde, ma è la cosa migliore che gli sia mai capitata nella vita: un'auto d'epoca si ferma bruscamente di fronte a lui, una portiera si apre e degli inviti in francese ne sgorgano. Gil, complici l'alcool e la frustrazione (lasciare la sua ragazza con quell'amico saccente forse non è stata cosa buona e giusta), non se lo fa ripetere. E non se ne pentirà.

L'idea che sottende la storia è senza dubbio geniale nella sua semplicità. Gil sogna gli anni '20, la Parigi cubista e surrealista e i suoi miti letterari (Hemingway su tutti), ed è proprio lì che la misteriosa auto lo conduce, dando inizio a un sogno reale che termina solo quando è lui a deciderlo - a questo proposito, finissima la scelta di dare alla definizione "macchina del tempo" un senso letterale.
E pure è carina l'idea che nemmeno l'animo cinico e logico di un detective possa sfuggire al sortilegio; per una coerente inversione, da inseguitore diviene inseguito nella Francia dell'Ancien Régime.

Oltre a quest'ultimo, alcuni altri sketch pseudocomici fanno rivivere il Woody Allen della sua (non a caso) epoca d'oro.
Uno è chiaramente lo scambio di battute tra Man Ray e Gil, quando lui per la prima volta confessa di non appartenere a quel secolo e si sente rispondere che "è del tutto normale: tu abiti in due mondi. Finora io non ci vedo niente di strano." Al che Gil, senza scomporsi, controbatte con un'altra ovvietà: "certo, voi siete dei surrealisti!".
Altro momento clou è quello del consiglio a Buñuel circa il concept de L'angelo sterminatore, che però non viene per niente compreso. "Es que no entiendo porque no puedan salir", ripete il regista, vagamente ottuso.
Infine, Allen sembra un po' accanirsi sulla figura di Hemingway: sebbene gli regali un discorso memorabile durante uno dei viaggi con Gil, dove afferma che saper amare bene una donna equivale ad allontanare la morte (CHE UOMO!), rende poi ridicola la sua irruenza mostrandone il lato peggiore durante una sbronza. In ogni modo si avverte sempre, di fondo, una certa affettuosità d'intenti. E probabilmente su (e con) Hemingway Gil e Allen sono d'accordo.

Vi sono però altri episodi da citare. Come l'ultima conversazione tra Gil e Adriana (Marion Cotillard), splendida musa e amante degli artisti: quelle battute sarebbero state rese alla perfezione da vecchi Woody Allen nevrotici, mentre lui, due generazioni dopo, non riesce a renderle credibili.
Anche la pedanteria dell'amico di Inez è cedevole; più che ricordare la puntigliosa Diane Keaton in Manhattan, fa pensare a scialbi "cattivi" di una qualunque commediola americana.
Certe parentesi lasciano l'amaro in bocca, dunque. Ma non è questo, in fondo, il senso del film? Dirci che la vita, anche quella dei registi, e quindi anche quella del loro cinema, ha sempre e comunque dei momenti un po' insoddisfacenti?

Quel che è certo è che in questo film Woody Allen gioca dall'inizio alla fine. Gioca con il tempo, coi suoi personaggi, persino con alcune pietre miliari della storia dell'arte e della letteratura, mettendo tutti sullo stesso piano.
Lo fa con leggerezza - di più, con noncuranza, creando una trama che probabilmente avrebbe dato esiti folgoranti se il film fosse stato girato anche solo una dozzina d'anni fa, mentre ora risulta un'idea perfetta eppure malriuscita. Ed è casuale che proprio in un'opera in cui si burla del tempo Allen sia costretto a farci i conti "perdendo" contro se stesso?

Il problema di Midnight in Paris è che, come dice a un certo punto Adriana parlando degli scrittori, è troppo pieno di parole. Non c'è spazio per chi guarda, perché l'intuizione diventa spiegazione senza che si abbia il tempo di lasciarla decantare.
Allen fa muro preventivo alla critica famelica che si abbatterà sul suo ultimo lavoro: parrebbe dire "basta chiacchiere inutili, quel che si vede è quello che è", in puro stile minimalista. Che poi è lo stile universale a cui sempre giungono i grandi artisti nell'autunno del loro lavoro.

Per mezzo secolo s'è parlato di Woody Allen, leggendo e rileggendo le sue opere in relazione al cinema europeo e/o, in chiave (anti) semita. Il tempo dell'affermazione è finito da un po'. Ora è il momento del divertissement e/o del revival sotto nuove spoglie, che un po' funziona (Scoop, Vicky Cristina Barcelona) un po' scricchiola (Cassandra's Dream, You will meet a tall dark stranger, dove peraltro una fantastica Naomi Watts è andata del tutto sprecata). Ma in fondo per gli aficionados gli intenti poetici contano fino a un certo punto; quando dalle sale l'opera alleniana chiama, il cuore risponde. Con buona pace della critica intellettuale.

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