Il potere della parola ha un fascino superbo. La parola che ferma, che inchioda, che spilla veleno dagli occhi e che sulle labbra trema. É questo il leitmotiv del film, che consuma dentro e prude l'anima, al di sotto del quale è posta persino la vita medesima del poeta: a prescindere dalla verità filologica, Emmerich soprattutto omaggia l'arte di Shakespeare, creando una trama degna di una sua tragedia.
Quando le prime note del Lux Aeterna armonizzano drammaticamente il matrimonio di Edward/William, non è l'ossimoro a stonare, bensí lo scompenso storico che s'è reso necessario a crearlo. Perché è un po' banale usare Mozart su Shakespeare; come una torta di compleanno mezza sacher e mezza tiramisù. It would be redondant, come disse una volta un personaggio che qui ben poco c'entra.
Questa licenza poetica è in ogni modo l'unica che il regista si concede in Anonymous, per il resto film complicatissimo e che non poco spazio concede all'arte e alla bellezza.
Come accennato in apertura, qui non manca nulla: trame cortigiane, omicidi (anche involontari), liasons proibite, truffe, addirittura incesto. Una tragedia greca in piena regola, come beffardamente suggerisce Cecil figlio alla fine: Shakespeare stesso non avrebbe saputo fare di meglio.
Indipendentemente dalla veridicità storica (tuttora indimostrabile), la vicenda così posta ha un senso. Le opere di Shakespeare sono un trionfo di citazioni classiche e finezza espressiva, caratteristiche impossibili a trovarsi in un bifolco illetterato del XVI secolo. Molto più probabile si trattasse di un nobile colto, che conoscesse il greco e quindi avesse letto Omero e Platone (probabilmente con una preferenza per quest'ultimo), e soprattutto che d'intrighi di corte avesse, suo malgrado, esperienza diretta.
L'insinuare che ci fosse di mezzo una relazione nientemeno che con la regina Elisabetta (Joely Richardson) è banale, eppure affascinante: lascia a bocca aperta il modo in cui il giovane Edward, dopo averla involontariamente offesa, di nuovo la seduce e sottomette senza toccarla con un dito, col solo ausilio della poesia.
Le citazioni, ovviamente, si sprecano. La migliore è quella di Amleto: l'essere o non essere sotto il temporale fa dimenticare quanto nel cinema sia abusata la pioggia a scopi drammatici.
Ma vi sono anche citazioni meno esplicite. Ogni personaggio rappresenta uno stereotipo shakespeariano: Cecil padre ha il temperamento di uno Shylock, suo figlio Robert è Jago; la regina è una sottile Titania, Edward chiaramente Prospero (anche se Elisabetta lo definisce Puck, all'inizio).
L'unico a non trovare posto in Shakespeare è Johnson. E' troppo ambiguo, troppo moderno; se proprio si vuole dargli una collocazione storica lo si incontrerà a Napoli, perché in una delle scene finali è proprio identico all'ultimo Golia decapitato da un empatico David (Caravaggio).
E a proposito di fisiognomica: quant'è straordinario Rhys Ifans nei panni di Edward De Vere? Chi l'avesse subito identificato con lo svalvolatissimo amico di Hugh Grant in Notting Hill è bravo (per chi invece l'ha appurato dopo, come la sottoscritta, è stato un mezzo shock).
Si diceva che il film ha una trama possente e intricata, nella quale tutto è predisposto con un gioco a incastro dalla soluzione annunciata - benché non quella che ci si aspetterebbe.
Si diceva anche che l'intreccio è degno di Shakespeare stesso, così contorto e tragico; ma questo chiunque se lo sarebbe aspettato da un regista che sceglie di parlare del poeta di Stratford upon Avon.
Ciò che invece è il vero tocco di classe di questa sceneggiatura sta nel fatto che la trama sia ordita nientemeno che dall'acerrimo nemico di De Vere, cioè Cecil padre (Richard). Robert glielo spiega dettagliatamente alla fine, quando già Edward sente sul collo la lama che toccherà al figlio: nell'acme tragico della vicenda, Cecil junior dà il colpo di grazia rivelando che questa tragedia, la più dolorosa e la più riuscita - poiché reale - si deve non alla penna di uno sconosciuto aristocratico, bensì al lucido calcolo di un oscuro funzionario di corte.
Alla fine Richard avrà comunque la sua postuma sconfitta: sebbene a scapito della sua felicità, avrebbe voluto che Edward fosse re, e colui che prende il suo posto, Giacomo I d'Inghilterra, è così appassionato di teatro da omaggiare entusiasticamente le opere del bardo. Robert è destinato perciò a vivere immerso in quell'ambiente "frivolo" e umanista che con tanta foga lui e il padre avrebbero voluto reprimere.
Anonymous è una partita a scacchi nella quale a battersi sono la poesia e la sete di potere. E' una guerra tra chi assoggetta la propria intelligenza all'idealismo contorto (trascurando per questo anche il sangue del proprio sangue, che cresce come un clone, senza amore, ingozzato d'ambizione come le oche da paté) e chi lotta per poter parlare, in nome di un'eresia poetica che è quella, assoluta, dell'essere se stessi nomatterwhat.
Alla fine però nessuno vince (Bergman docet): Cecil fallisce nel mettere Edward sul trono, Edward non vedrà mai il suo nome associato alle sue opere. Nessuno vince perché in fondo una guerra è una tragedia, e in una tragedia ci sono solo vittime: lo shah mat di una scacchiera è il surrogato intellettuale di una lotta che si gioca a colpi di logica, senza sangue.
C'è solo una piccola luce di speranza a rischiarare questo dramma: Henry vive. E per quanto frutto dell'incesto, non è detto che la sua parabola sarà edipica.
Emmerich sorvola sul futuro per lasciarci almeno l'illusione che da una tragedia ci si possa salvare, sebbene a un prezzo molto alto: non conoscere la propria stirpe. Chi meno sa, più ha chances di gioia, poiché "le cose non sono un bene o un male di per sé; è il pensiero che le rende tali."
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