“Silence behind the scene.”
Questo uno dei primissimi cartelli ad apparire sullo schermo. E l’incipit è veramente programmatico: non solo un film nel film, ma con un pubblico che guarda, e quello stesso pubblico sono gli attori del film medesimo. Muto.
Perché The Artist è un film anni '20 in piena regola, che consumandosi racconta l'inizio del sonoro. La grande maestria di Hazanavicius sta nel non aver reso il suo meta-cinema uno sterile riflesso intellettuale del cinema stesso; al contrario, ha fatto della metafora visiva la colonna portante della storia, al punto che qualche volta, in sala, ci s’è dimenticati di essere nel XXI secolo.
L’esperimento di H. (mi si permetta questa licenza poetica che riecheggia Nabokov senza intenzione), non è proprio un caso isolato. Qualche anno fa addirittura la Pixar, pur se improntata a un target (anche) molto giovane, s’è cimentata in un film che non è muto solo per un quarto: Wall-E. Curiosamente pare che la storia, ecologista e commovente come solo una ex Disney poteva pensarla, abbia però adombrato gli intenti dei registi, che hanno avuto la spericolata idea di proporre a dei bambini un robottino che al posto della voce aveva un cuore. Purtroppo per il grande pubblico il cinema d’animazione galleggia ancora in quel limbo indefinito per cui pur apprezzandolo non lo si equipara mai ai film dal vero. Si confida nella Pixar affinché le cose cambino drasticamente.
Tornando in topic, sicuramente The Artist è più ambizioso e historically correct; oltre all’ovvio bianco e nero, la recitazione degli attori è curata all’inverosimile, e Dujardin/Valentin (che somiglia a Clarke Gable), sarebbe stato un perfetto divo del cinema muto. La coprotagonista invece, Bérénice Bejo nei panni di Peppy Miller, è una stupefacente bellezza contemporanea che poco o nulla avrebbe avuto a che fare coi dettami estetici degli anni ’20, ma che la monocromia della pellicola rende non solo credibile, addirittura divina.
La bravura di H. sta nell’aver fuso due macrolinee narrative (la storia del cinema e quella di George) incentrate su un fulcro unico: la (non) parola. Il protagonista non vuole parlare, e finché lui non si decide a farlo nemmeno noi sentiremo nulla; eccezion fatta, naturalmente, per la parentesi sognante, dove avendo perso un controllo conscio della situazione George si ritrova a percepire ogni singolo suono potenziato e distorto.
Geniali sono poi alcune scene in cui il protagonista non vuole usare la voce indipendentemente dal suo essere sul set o meno; una su tutte quella in cui la moglie, esasperata dal loro rapporto, gli urla che devono parlare, “talk to me! Talk to me!”, ma lui se ne resta sul divano col cane Jack (coerenza pura: è un Jack Russell), senza proferir parola. E di fatto, non c’è proprio più nulla da dire a una donna che imbratta con rabbia le foto del marito.
Questa sequenza è tanto più incisiva (e dolorosa) se paragonata invece a quelle in cui George e Peppy s’incontrano; eccezion fatta per lo scontro iniziale, quando lei gli cade fra le braccia per sbaglio, gli altri due momenti di contatto sono sublimemente descritti. Prima, nel caos del set non ancora impostato, lui vede un paio di splendide gambe danzare oltre un cartellone che ne nasconde la proprietaria, e con queste George ingaggia una gara di ballo che si risolverà nella piacevolezza di ritrovare proprio Peppy nella divertita ballerina.
La seconda scena invece è quasi un colpo di fulmine in slow motion; esigenze di copione prevedono che George balli (stavolta guancia a guancia) con Peppy, per poi lasciarla sulla pista e andare a occuparsi di affari evidentemente più gravi. Ma in qualche modo non vi riesce, e i ciak si accumulano tra risate e momenti d’incanto, poiché i due attori sono sempre più ammaliati l’uno dall’altra.
Il sopravvivere del loro sentimento a distacchi e problemi è molto dolce. E benché il lieto fine sia quasi scontato, ha comunque il sapore di una gioia guadagnata, come in un moderno bildungsroman dove il protagonista deve imparare a rimettersi in discussione già in età matura, prova spesso insuperabile nella realtà.
Peppy del resto non è sempre amabilissima. Quando George la sente dire che il cinema non ha più bisogno di "tutte quelle smorfie", reagisce giustamente indignato. Anche perché, diciamolo, quanto a espressività facciale la ragazza è un tantino debordante.
Eppure i due riescono sempre a ritrovarsi, spesso per semplici coincidenze. Esemplare a questo proposito è la scena in cui s’incrociano a metà scala negli studios; lui avvilito per l’incombenza del sonoro, lei spumeggiante nella sua sempre più rapida scalata al successo (non a caso lui sta scendendo le scale, mentre lei le risale).
Lo scenario formicolante e indifferente fa pensare subito a Metropolis, e il bianco e nero conferma la sensazione. I due sono gli unici elementi fissi in un magma umano brulicante, gli unici a prendere fiato dall’industrioso ritmo del cinema - del nuovo cinema, s'intende. Infatti uno dei motivi per cui George tanto lo avversa è che teme che il sonoro possa spersonalizzare gli attori, svilire le loro doti espressive. Non molto diversamente da come, nel 1950, l’orgogliosa Norma Desmond affermava il suo ruolo di diva atemporale nel bellissimo film di Wilder.
Restando in tema di citazioni colte, non può mancare Hitchcock; ripreso qui non in maniera didascalica, bensì in omaggio al suo stile. Come lui H. riesce a dare piena voce alle immagini, che letteralmente parlano da sole. E di nuovo si entra nel campo del metalinguaggio: quando Peppy e George stanno per scambiarsi uno sfortunato primo bacio, alle loro spalle campeggia una locandina dal titolo “Thief of her heart”; dove lui, ovviamente, è protagonista. Più tardi, quando George è ormai in miseria, in una sequenza disperata dove rischia addirittura la vita per strada, sullo sfondo è ben visibile l’enorme cartellone di una nuova uscita cinematografica: “Lonely star”.
Come già detto in apertura - ma è sempre bene sottolinearlo - l'aspetto geniale di The Artist è proprio l’uso del linguaggio: è un film che (non!) parla di cinema e di linguaggio cinematografico attraverso una trama che di per sé funzionerebbe alla grande anche senza l'aspetto metaespressivo.
E siccome di meta-intenti si sta parlando, metaforicamente questo film è come Jack, il superintelligente cagnetto di George (che a Hollywood s'è pure guadagnato una sfilata sul red carpet e svariati premi): quando tenta di avvisare la guardia dell'incendio a casa del padrone, una passante, colpita dalla sua espressività, commenta sbalordita che "gli manca solo la parola!"
Considerando il finale, al film di Hazanavicius non manca neanche quella.
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